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Tantissime storie iniziano con un viaggio. Anche la nostra.

 

Nel febbraio del 1985 decidiamo di partire alla volta del Tamil Nadu – uno Stato del Sud dell’India. Eravamo stati, sino a quel momento, giovani viaggiatori curiosi che avevano già esplorato una porzione di mondo, ma – adesso è facile recuperare questa emozione – eravamo alla ricerca di significati più profondi. Tant’è, si parte.

 

Dopo un lungo trasferimento, atterriamo a Bombay e subito veniamo avvolti da polvere di sabbia mista a odore di spezie, dai rumori assordanti dei clacson delle poche auto circolanti per le strade disastrate (che noi non definiremmo nemmeno tali). Uomini magrissimi pedalano sui risciò; una desolante e numerosa popolazione di uomini e donne ha il corpo e il volto piagati dalla lebbra; i bambini piangono, spesso non indossano nemmeno i vestiti.

 

 

In mezzo a tanta folla e desolazione, scorgiamo la mano del cooperante italiano Beppe che da tempo è in questo territorio per preparare il nostro incontro con i responsabili di Assefa India, ossia Mister Loganathan, futuro direttore generale di Assefa India NgO, e Miss Vasantha, futura direttrice delle Sarva Seva Schools.

 

Ci fa segno di avvicinarci; come ci incamminiamo verso di lui, veniamo circondati da tanti bambini che ci pizzicottano, incuriositi dalla nostra pelle bianca. Fa molto caldo ed è umidissimo, i nostri vestiti sono già tutti bagnati e si appicciano al corpo, ma dobbiamo andare: presto farà buio e le strade diventeranno impraticabili e pericolose.

 

 

Saliamo su una vecchia Jeep e ci rechiamo in un locale adibito a ristorante, dove ci viene servita una cena a base di riso e lenticchie su una foglia di banana, quest’ultima ripulita poco prima con un vecchio e sporco straccio. Non possiamo bere l’acqua che ci viene proposta, utilizziamo quella che ci siamo portati dall’Italia, con borracce e pastiglie disinfettanti. Il muro del locale è pieno di impronte di mani: è il “tovagliolo verticale” a portata di tutti. La realtà che ci si para davanti – quelli di cui sopra sono solo alcuni ricordi tra tantissimi - è davvero forte, da tutti i punti di vista.

 

Franco ed io ci guardiamo negli occhi stupiti, sgomenti e timorosi di non essere in grado di affrontare questa esperienza (è doveroso precisare che l’India del 1985 non è il Paese di oggi, che comunque vede ancora la presenza di molte persone povere, che nulla possiedono per vivere dignitosamente). Nei 15 giorni di permanenza visitiamo piccoli villaggi, scuole improvvisate in capanne e incontriamo tante famiglie con i bambini che si avvicinano e a gesti ci fanno capire che hanno fame. Soprattutto, capiamo e proviamo sulla nostra pelle cosa significhi aver fame e aver sete. Personalmente non vedevo l’ora che passassero velocemente quei giorni: ero al limite della sopportazione fisica, ma soprattutto emotiva; il mio cuore era triste per tutto quello che stavo vedendo e vivendo, seppur da spettatrice. Volevo mantenermi distaccata da questo spaccato di mondo e da queste persone, ma al contempo iniziavo ad amarle.

 

 

E poi

Una volta a casa, sia io che Franco non riusciamo a dimenticare i giorni vissuti tra quelle persone così povere, malate, lacere ma ricche di sorrisi, attenzioni e rispetto per noi. Eravamo tornati al lavoro, alla nostra vita tranquilla, ma non eravamo più gli stessi individui che erano partiti pensando di affrontare un viaggio turistico.

 

Decidiamo di condividere l’esperienza vissuta con alcune coppie di amici: alla fine del nostro racconto sono loro stessi, visibilmente emozionati, a proporre di rinunciare a qualcosa di importante e a mettere da parte ogni mese l’equivalente in denaro della rinuncia.

 

Alla fine dell’anno raggiungiamo la somma necessaria per sostenere a distanza 4 bambini del villaggio di Chinnayapuram. Poiché l’iniziativa porta rapidamente frutti, decidiamo di continuare estendendo il progetto ad altri amici… i bambini diventano 29, e poi sempre di più.

 

Oggi

Da quel lontano febbraio dell’85, che ha segnato una importante svolta nella nostra esistenza, molte persone si sono unite a noi, dando l’opportunità ad oltre 3.800 bambini e bambine di andare a scuola, di avere un pasto con acqua pulita, assistenza sanitaria e soprattutto lavoro e dignità sociale ed economica.

Questi sono il significato e la bellezza del sostegno a distanza: una scelta di solidarietà e altruismo con la consapevolezza che si sono gettati semi per dare origine a strumenti di pace, amore e giustizia, che sono i cardini dell’operare di Assefa Alessandria.

Di molti dei bambini sostenuti a distanza non conosceremo le scelte future, ma tutte le persone che hanno iniziato e che continuano questo percorso saranno sempre certe di aver dato loro: “Ali per volare, radici per tornare e motivi per rimanere”. (Dalai Lama)

 

Rosanna e Franco Giordano – ASSEFA ALESSANDRIA ODV

 

 

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